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MoranteMoravia: una biografia quasi romanzo

Articolo pubblicato su Cultweek.

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MoranteMoravia. Una storia d’amore è la biografia di Elsa Morante e Alberto Moravia scritta da Anna Folli e pubblicata da Neri Pozza Editore.

Elsa Morante detesta la madre e il padre anagrafico non coincide con quello biologico, Alberto Moravia ha trascorso la giovinezza in un sanatorio per la tubercolosi ossea; entrambi sono destinati a diventare due icone della letteratura italiana e ad unirsi in matrimonio.

Fin dai primi tempi del loro legame, Elsa sente che l’incontro con Moravia è scritto nel suo destino e dargli felicità diventa una missione ancor più importante della sua scelta di scrivere. È decisa a regalargli tutta se stessa, sperando che possa bastare per bilanciare la distanza che le oppone Alberto”

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.La coppia vive i primi anni all’insegna della passione, nonostante le ristrettezze della guerra e le discriminazioni razziali contro cui Moravia, di famiglia ebrea, deve scontrarsi, ma successivamente i due si allontanano e, pur non divorziando e continuando a provare un profondo affetto reciproco, vivono delle relazioni amorose con altre persone: Elsa Morante ha una storia di amore platonica con Luchino Visconti e successivamente ebbe una relazione con Bill Morrow, Alberto Moravia vive per anni con Dacia Maraini e successivamente con la giovanissima Carmen Llera.

“Nonostante gli anni trascorsi, Elsa ripensa a quei momenti con il marito come se li avesse appena vissuti. E non vuole divorziare: alla richiesta di Alberto, che dopo anni di separazione e di convivenza vorrebbe sposare Dacia, lei risponde con la gelosia di chi non ha mai del tutto accettato una rottura definitiva: «Con chi credi di presentarti all’Angelo Custode, dopo che sarai morto? Con me, che sono tua moglie e continuerò ad esserlo! Mi hai sposato davanti a Dio e solo lui può sciogliere il nostro vincolo».

Quando Bill Morrow si suicidò, per la Morante iniziò il declino, che la portò alla morte tra dure sofferenze dovute alla malattia e alla vecchiaia: dapprima la depressione per la morte dell’amante, poi la rottura del femore, che comportò varie operazioni chirurgiche, infine le fu diagnosticata un’idroencefalia.

La fine arriva il 25 novembre 1985, in un giorno fradicio di pioggia. Nelle ultime ore Elsa ha avuto un collasso e respira a fatica. Non riconosce più nessuno, nemmeno la sorella Maria, Carlo Cecchi e Lucia, che rimangono accanto a lei fino all’ultimo. È passato da poco mezzogiorno quando il suo cuore affaticato cede ed Elsa Morante muore per infarto”.

Moravia morì qualche anno dopo di morte naturale:

“È stato un attimo forse, mentre il cuore cedeva, il suo sguardo si è acceso ancora una volta per la curiosità di scoprire cosa stava avvenendo. E ha pensato che avrebbe voluto descrivere in un romanzo anche questa ultima emozione, Ma per la prima volta non ha avuto il tempo di raccontare”.

MoranteMoravia è una biografia interessante per svariati motivi: i protagonisti sono due scrittori italiani di fama internazionale,  la loro personalità carismatica, il rapporto tra i due (un affetto che resiste anche alla fine dell’amore e della passione) complicato.
Elsa e Alberto infatti proveranno stima reciproca sino all’ultimo e un profondo attaccamento li unirà anche quando Elsa abbandonerà il tetto coniugale. Le loro vite inoltre si incontrano con quelle di altri intellettuali popolari dell’epoca, primo tra tutti Pier Paolo Pasolini:

Per entrambi Pier Paolo diventa l’amico, il confidente, il compagno di viaggio, il riferimento intellettuale con cui dialogare. Quando lo stare in coppia per loro diventa troppo complicato, quel legame comune diventa un modo per ritrovarsi”.

Può risultare difficile l’idea trattare due biografie nella stessa opera, ma Anna Folli ci è riuscita, alternando le vite dei due scrittori in modo fluido, senza stacchi netti ed enfatizzando ciò che i due protagonisti hanno in comune o ciò che li differenzia, con eleganti parallelismi e raffinate contrapposizioni.  Le vivide descrizioni dallo stile informale scaturiscono da lunghe letture effettuate da Anna Folli: gli epistolari dei due scrittori, i diari di Elsa Morante, libri-intervista, articoli di quotidiani e riviste, biografie di Moravia e della Morante e opere sui personaggi illustri che frequentarono i protagonisti dell’opera, in particolare Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti.
Le fonti utilizzate dall’autrice vengono rivelate al termine del romanzo, in un apparato apposito.

Il narratore è esterno e eterodiegetico e, sebbene le informazioni riportate siano minuziose, puntuali ed estremamente fedeli alla realtà proprio come se si trattasse di un saggio, lo stile è scorrevole e accattivante, ricco di descrizioni suggestive tanto che ha indotto Neri Pozza Editori ad inserire l’opera nella collana di Narrativa.

L’impostazione del racconto è stata attentamente costruita con leggerezza e un elegante stile discorsivo, che talvolta si interrompe per lasciare spazio a qualche testimonianza che integra il discorso, fornendo informazioni aggiuntive o sostenendo le affermazioni della voce narrante esterna. Ecco per esempio come viene descritta la passione di Elsa Morante per i viaggi:

In quegli anni Elsa viaggia molto: il primo Natale dopo la morte di Morrow è in Andalusia con il giovane attore Allen Midgette, che di Bill era stato amico. Passa l’estate successiva in Grecia: «Viaggio a caso, di isola in isola –racconta in un’intervista- senza un programma preciso. Mi fermo dove mi piace, per tutto il tempo che voglio. Viaggio da sola e passo da un’isola all’altra su vecchie imbarcazioni di linea e su barche di pescatori»”.

Ecco invece come Anna Folli riporta una testimonianza di Alberto Moravia, relativa ad uno dei tanti periodi bui che hanno caratterizzato la storia d’amore:

Nel novembre del ’38, dopo un ennesimo litigio, [Alberto Moravia] parte per la Grecia: «Non ero affatto sicuro di voler continuare il mio rapporto con Elsa –ricorda-. Inoltre sentivo che stava per venire la guerra e pensavo vagamente di non tornare più in Italia».

Al termine della biografia romanzata, l’autrice inserisce le interviste di Dacia Maraini e Daniele Morante, mutando radicalmente il genere da romanzo biografico a intervista. Sono tuttavia altrettanto importanti le citazioni di interviste, lettere, diari e molto altro, appartenenti ai protagonisti o ai personaggi a loro vicini.

I fatti sono narrati in ordine cronologico, dalla nascita dei protagonisti alla loro morte, il ritmo della narrazione è scorrevole e leggero: il carattere narrativo dell’opera prevale sullo stile argomentativo e critico, infatti l’autrice non vuole sostenere alcuna tesi, ma mira ad un coinvolgimento del lettore.

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“La Traviata” all’arena del Teatro Sociale di Como

Articolo pubblicato in Modulazioni Temporali

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L’estate comasca ospita “La Traviata”, con trecento artisti in scena. Il 27 giugno Festival Como Città della Musica ha proposto alla cittadinanza ”La Traviata” di Giuseppe Verdi, melodramma in tre atti che ha debuttato presso La Fenice di Venezia il 6 marzo 1853, con il libretto di Francesco Maria Piave. Come per ogni edizione del festival, se i ruoli principali sono stati assegnati ad artisti professionisti, per la maggior parte giovanissimi, i coristi appartenevano al coro amatoriale del Teatro Sociale di Como, il Coro 200.Com. I dilettanti si sono distinti per impegno e abilità, al punto da collaborare con efficacia con gli artisti professionisti.

Lo spazio dell’Arena del Teatro Sociale di Como è stato gestito sapientemente, trasformando in un palcoscenico un semplice Red Carpet, l’ingresso posteriore del teatro nelle quinte e uno spazio secondario del cortile nella cavea dei musicisti. Si tratta di una soluzione inconsueta, ma comunque scenografica. Il direttore Alessandro Palumbo e il regista Andrea Bernard hanno scelto di rappresentare una Traviata ambientata ai nostri giorni, all’epoca di Istagram e degli Smartphone. Lo spettacolo è iniziato contemporaneamente all’ingresso nell’Arena del Teatro Sociale degli spettatori, in quanto i coristi erano mimetizzati tra la folla. È stata inscenata una sorta di serata di gala trash, in cui alcuni coristi si sono trasformati in falsi vip in abito da sera che sfilavano su un red carpet, al cospetto di altrettanto false troupe televisive del calibro di Espansione Tv e Rai 2, che proiettavano su un maxi schermo le immagini filmate da reali telecamere e realizzavano interviste fittizie. Inizialmente gli spettatori sono stati ingannati, infatti credevano di partecipare realmente ad una serata di gala, alla presenza di veri giornalisti. L’epoca dei balli a tempo di valzer è ormai conclusa, oggi le persone che contano si divertono ostentando la propria popolarità in televisione e sui social, per questo la Violetta Valery del Teatro Sociale frequenta ambienti come quello creato dalla regia. Gli abiti delle signore erano decisamente trash: ortensie nei capelli, signore anziane con abiti da sera dalla schiena nuda, borsette con pupazzetti di peluche epettinature eccentriche erano la norma.

Lo spettacolo vero e proprio è iniziato dopo circa un’ora di evento di gala: si tratta della storia di Violetta Valery, giovane donna dedita alla vita mondana che scopre il vero amore in Alfredo (Alessandro Fantoni), la sera stessa in cui ha il primo attacco di tisi. Violetta è una giovanissima Sarah Tisba vestita di rosso, innamorata del proprio smartphone e vezzosamente dedita ad ammiccare al pubblico. Nel secondo atto i due innamorati si ritirano in campagna per vivere insieme, dove Alfredo può leggere le riviste in boxer e piedi nudi in tutta tranquillità, in compagnia della propria amata. Purtroppo il padre dell’uomo chiede a Violetta di rinunciare all’amore in nome di una vita più rispettabile. La giovane accetta e abbandona Alfredo, ma nel frattempo la malattia si aggrava. Il coro delle zingarelle e dei toreri è il momento in cui i trecento coristi amatoriali diventano protagonisti e sono chiamati a mostrare il proprio talento. Le zingarelle non indossano indumenti da gitane ma vestitini corti rossi, i toreri invece un semplice abito nero. Sono stati coinvolti anche alcuni ballerini: una danzatrice di burlesque che esce da una torta e un uomo che interpreta un toro per accompagnare i matadores. Nel terzo atto Alfredo raggiunge violetta sul letto di morte e i due decidono di ricominciare a frequentarsi, ma ormai è troppo tardi: Violetta muore. Mentre si concludono le azioni del terzo atto, si svolge il carnevale parigino, interpretato dal Coro Voci Bianche del Teatro Sociale di Como, dei simpatici bambini in maschera.

Forse in omaggio a La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio, il romanzo da cui è stata tratta La Traviata, i coristi spesso reggevano dei fiori, che hanno accompagnato la recitazione per tutto lo spettacolo, con un effetto molto poetico.

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“Il sogno di un uomo ridicolo”, l’amore salverà il mondo secondo Dostoevskij

Articolo pubblicato su Modulazioni Temporali.

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Il teatro Out Off ha presentato Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij, un monologo che induce alla riflessione trattando tematiche profonde e importanti come il suicidio, l’amore per la vita e la solitudine. La traduzione e la drammaturgia sono di Fausto Malcovati e Mario Sala, la regia di Lorenzo Loris, che in questi ultimi anni sta trattando il rapporto tra letteratura e teatro e non è la prima volta che affronta uno scritto di Dostoevskij.

Il sogno di un uomo ridicolo venne inizialmente concepito da Dostoevskij come un racconto fantastico: fu iniziato nel 1876 e fu inserito nel Diario di uno scrittore, che spicca per le riflessioni severe e conservatrici che rovesciano completamente il pensiero progressista dei primi anni dell’autore .

Il protagonista è un uomo ridicolo che, stanco di essere deriso dai propri simili, decide un giorno di suicidarsi ammirando una stella che brilla nel cielo. Viene però distratto da una bambina che chiede aiuto e a cui rifiuta assistenza in quanto troppo preso dalle proprie aspirazioni di morte. Quando torna a casa si addormenta ed inizia a sognare; le oniriche fantasie di quella notte saranno cruciali nel determinare le sue scelte.

Il messaggio può essere riassunto in alcune citazioni tratte dallo spettacolo: “Bisogna soffrire per amare”, “Bisogna soffrire per scoprire la verità”, ma soprattutto “Amare salverà il mondo”, la frase conclusiva con cui l’attore protagonista saluta la platea. Solo amando il prossimo è infatti possibile dare un senso alla propria vita e perseguire la felicità, una rivelazione che dissuaderà il protagonista dal suicidio.

La scenografia di Daniela Gardinazzi è alquanto singolare: poche panche riservate al pubblico sono disposte intorno alla zona centrale del palcoscenico; in scena si trovano semplicemente una poltrona e un tavolo ai lati opposti dello spazio del palco destinato alla recitazione, mentre al fianco di ciascuno di essi si trova un lumino. La platea è nascosta da un tendone e verrà rivelata al pubblico quando l’attore protagonista inizierà a recitare tra le poltroncine vuote nel monologo conclusivo, quando platea e palcoscenico invertiranno le proprie funzioni. Si tratta di una soluzione estremamente suggestiva ed efficace da un punto di vista artistico, ma piuttosto scomoda per gli spettatori, che sono costretti a restare seduti su dure panche di legno e il cui sguardo fatica a farsi largo tra le schiene di chi è seduto davanti. Le luci e la fonica di Luigi Chiaormonte hanno accompagnato la rappresentazione silenziosamente ma con efficacia.

I costumi di Nicoletta Ceccolini hanno trasformato l’Uomo Ridicolo in un pagliaccio con scarpe tricolore consumate, un vestito a righe bianco e blu, un cappellaccio beige, un cappotto blu e un naso dipinto di rosso. Mario Sala si è trasformato in un personaggio dall’andatura e dalla voce buffa, eppure ciò che diceva era serio, malinconico e tragico, così il vestiario variopinto rendeva ancora più struggenti le sue parole. A tratti la voce diventava cupa o persino rabbiosa, rendendo estremamente profondo il personaggio e per nulla simile ad una macchietta comica. Mario Sala ha interpretato egregiamente il personaggio, trasformandosi in un Uomo Ridicolo che, anziché divertire, induce a riflettere e commuove, nonostante il naso rosso da clown. L’unico personaggio in scena racconta in prima persona, ripercorrendo un sogno avvenuto nel passato e adoperandosi per svolgere quella che nel finale rivelerà essere la sua missione, vale a dire testimoniare come ha superato la volontà di suicidarsi e ha iniziato ad amare la vita.

Nonostante la gravità delle tematiche trattate, lo spettacolo è leggero perché il linguaggio è semplice e scorrevole. Il messaggio di speranza finale rallegra l’animo dello spettatore, strappando un sorriso e inducendo alla riflessione.

 

“Vita di Antonio Gramsci”: vita, morte e miracoli sul politico sardo

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In alcune biblioteche locali è ancora possibile trovare la prima edizione di Vita di Antonio Gramsci del 1966 di Giuseppe Fiori, nato in Sardegna come il protagonista della biografia e senatore di Sinistra Indipendente. Si tratta di un’edizione economica, sulla copertina spicca una fotografia rossa di Gramsci e il volume presenta alcuni affascinanti segni del tempo: leggendo la presentazione dell’autore, si scopre per esempio che Fiori era ancora in vita quando è stato stampato il libro.

La biografia è stata definita un ritratto di Gramsci “a figura intera, con i tuffi del sangue e della carne”. Quando venne pubblicata nel 1966 sconvolse il pensiero comunista, che non aveva mai scavato a fondo nel personaggio di Gramsci. La biografia riporta molti aspetti che rendono Gramsci un personaggio umano, sottraendolo al piedestallo su cui è stato posto dai comunisti, e sono presenti numerosi riferimenti alla sua vita quotidiana. Nel corso dei decenni, l’opera è rimasta attuale ed è stata rinnovata dai materiali inediti che sono stati ritrovati successivamente. L’opera è stata tradotta in quasi tutte le lingue europee, in giapponese e in coreano.

Gramsci è celebre per aver fondato il Partito Comunista d’Italia e per essere stato richiuso nel carcere di Turi sotto il fascismo. Ottenne la libertà in seguito all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ma purtroppo era troppo tardi per sperare nella guarigione, perciò si spense tra terribili sofferenze. La biografia è il frutto di una minuziosa ricerca sulla sua persona, i suoi famigliari e il periodo storico in cui ha vissuto.

La fisionomia del biografo è impersonale, infatti nel corso della lettura nulla apprendiamo sulla personalità di Fiori, sul suo rapporto con la figura di Gramsci o su come ha svolto la ricerca che precede la stesura della biografia. Lo stile rende la biografia molto simile ad un saggio che espone delle informazioni oggettive, senza dilungarsi in commenti personali. Lo scopo dell’opera è informare, non intrattenere, infatti lo stile è molto distante dalla narrazione, non  è un caso dunque se l’opera appartiene alla collana Universale Laterza, insieme a opere di saggistica. Molto spesso il narratore, ammesso che si possa chiamare tale l’io narrante di un saggio, si annulla per trascrivere delle fonti: lettere, verbali dei processi, scritti di Gramsci, di personaggi a lui vicini o di personalità di spicco nel periodo storico in cui ha vissuto. Il narratore è dunque esterno e eterodiegetico, ma spesso diventa interno e omodiegetico quando vengono trascritte fonti in cui i personaggi diventano voce narrante, come nel caso delle lettere. Frequentemente le fonti vengono trascritte per fornire un esempio di ciò che il narratore esprime prima sinteticamente, ma il testo ha raramente una struttura argomentativa.

Sono numerose le anticipazioni, come quando si racconta che Giulia, la moglie di Gramsci, avrebbe avuto dei problemi psicologici, oppure quando la voce narrante rivela che, dopo un determinato incontro, Gramsci non avrebbe più rivisto suo figlio Delio. Nonostante ciò, i fatti sono esposti in ordine cronologico, dalla nascita di Gramsci e da un breve excursus sulle origini dei genitori, fino alla morte. Tutte le fasi della vita di Gramsci sono analizzate con la dovuta attenzione, nessuna di esse viene trattata in maniera privilegiata. Sono presenti numerose digressioni sul periodo storico e le vicende politiche della Sardegna, dell’Italia e dell’Europa, per illustrare in quale contesto agiva il personaggio; quando si tratta la scrittura dei Quaderni, un breve excursus illustra i contenuti degli scritti cui Gramsci si dedicava in prigione.

Il ritmo è molto lento perché le informazioni sono minuziose, in quanto sono il frutto di una ricerca accurata: si menzionano per esempio i voti della pagella di Gramsci bambino o i nomi dei padroni di casa durante il periodo in cui frequentava l’università.

Lo stile non è complesso perché il linguaggio è molto semplice, tuttavia l’abbondanza di informazioni e la precisione con cui sono state effettuate le ricerche rendono la lettura molto impegnativa, fatta eccezione per le sequenze più descrittive o la trascrizione delle lettere. E’ consigliabile la lettura per coloro che hanno un’infarinatura generale sulla storia del Novecento, perché i capitoli relativi alla contestualizzazione storica possono risultare troppo dettagliati per coloro che non hanno esperienze pregresse. Il destinatario è dunque una persona con una cultura universitaria e una solida conoscenza della figura di Gramsci, che desidera approfondire l’argomento leggendo informazioni minuziose.

Sembra assente una componente critica, nonostante la presenza di alcune sottili opinioni dell’autore, come quando Fiori dichiara che Gramsci è stato “santificato”, soprattutto per quanto riguarda l’assenza di tentativi di sottrarsi alla prigionia; Fiori esprime il proprio punto di vista anche quando dichiara che Gramsci è stato lasciato morire senza cure da Mussolini, pur non essendo stato condannato a morte. La componente critica è sapientemente mimetizzata nell’esposizione oggettiva dei fatti e nella selezione delle fonti, pertanto è implicita.

Il ritratto di Gramsci è oggettivo poiché sono assenti i commenti ideologici o i ritratti apologetici, pertanto la lettura dell’opera può essere un’occasione per scoprire la verità su un importante personaggio storico e ampliare la propria cultura generale.

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Se una notte d’inverno un viaggiatore, pubblicato nel 1979,  è il trionfo della metaletteratura: costituito da dodici capitoli, la storia principale racchiude in sé dieci incipit di romanzi che il protagonista inizia a leggere ma, per svariati motivi, è costretto ad interrompere.

Il primo incipit porta il titolo dell’intera opera di Calvino e il nome dell’autore tuttavia, per un errore di rilegatura, le prime trentadue pagine si ripetono sino al termine del libro. Il Lettore è costretto dunque a recarsi in libreria per sostituire il volume, ma purtroppo ottiene in cambio un altro romanzo difettoso, che contiene solo l’incipit di un secondo romanzo, diverso dal primo. Desideroso di scoprire la continuazione dell’opera, il protagonista contatta un professore di letteratura cimmeria, ma ottiene un terzo racconto, lasciato incompiuto dall’autore. Una serie di peripezie porterà il Lettore a scoprire altri incipit, opere tutte differenti tra loro non solo per titolo, autore, e contenuto, ma anche aspetto: i supporti cartacei attraverso cui il Lettore si approccia ai racconti sono testi editi, fotocopie di dattiloscritti, libri smembrati, stampe da software informatici e molto altro. Il protagonista entra inoltre in contatto con tutte le fasi della vita di un libro, dalla produzione, alla distribuzione fino alla fruizione da parte dell’acquirente. I romanzi vengono infine conservati in ogni spazio possibile: in libreria, in biblioteca, negli scaffali di un’abitazione o in università. La chiave di lettura dell’opera è poi contenuta nel capitolo VIII, in cui è riportato un estratto del diario dello scrittore Silas Flannery, alter ego di Calvino: viene qui esposta la concezione della letteratura dell’autore. La trama prevede che il Lettore incontri e sposi una Lettrice, Ludmilla; l’opera termina quando i due si sposano e, nel letto matrimoniale, il Lettore sta per concludere la lettura di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Il protagonista è il Lettore, un personaggio che sta fisicamente tenendo in mano il libro scritto da Calvino e sta leggendo la propria storia. Tale personaggio è anche il narratario, poichè il narratore si rivolge a lui con la seconda persona singolare, in una sorta di imperativo narrativo. Talvolta il narratore si rivolge anche alla Lettrice, oppure interpella entrambi i protagonisti usando il Voi.

I dieci incipit appartengono a generi narrativi tipici della letteratura contemporanea: tra essi figurano il thriller, il romanzo psicologico, il noir, il romanzo erotico giapponese, il rivoluzionario russo, l’epos latinoamericano e molti altri ancora. Lo scopo non è imitare lo stile di altri autori, ma offrire una panorama della letteratura dell’epoca mutando continuamente stile. Unendo poi i titoli di ciascun incipit, si ottiene una pittoresca frase di senso compiuto, che può essere anch’essa considerata un incipit. Il romanzo propone inoltre una serie di ragioni per cui un’opera può essere priva di autore: può essere infatti anonima, un apocrifo, scritture sacre dettate da una divinità, il prodotto di un copista, di un ghost-writer o l’elaborato di un calcolatore elettronico. Vengono proposti una serie di luoghi fisici in cui leggere e di posture da assumere durante la fruizione di un romanzo, ma ci soffermeremo sulle modalità di lettura analizzate da Calvino: esiste infatti la lettura erudita dei professori, quella ideologica del collettivo universitario, la lettura con scopi censori e persino un caso di non-lettura, vale a dire la scansione del testo ad opera di un computer e la selezione dei termini più frequenti. Nel XI capitolo infine vengono raccolte le testimonianze di alcuni frequentatori di una biblioteca circa il loro rapporto con la lettura.

Anche se la Lettrice non è la protagonista, è un personaggio fondamentale per comprendere il messaggio di Calvino, in quanto si tratta di un lettore abituale, che legge romanzi per il mero piacere della lettura anziché per professione o per altri scopi. Ogni volta che compare in una scena, Ludmilla manifesta il desiderio di leggere un genere specifico, che viene soddisfatto con l’entrata in scena dell’incipit successivo.

Ogni incipit presenta il medesimo schema: un uomo, raramente un ragazzo, ha un rapporto difficile con il proprio passato e prova attrazione per una donna forte e sfuggente, purtroppo però si trova coinvolto in macchinazioni ordite da qualcuno più potente di lui, a cui per una serie di vicissitudini anche il Lettore stesso partecipa. Il protagonista perde il controllo della situazione, ma non sappiamo come si conclude la vicenda poichè il racconto si interrompe, in quanto il Lettore non ha modo di portare a compimento la lettura del romanzo.

In ciascun incipit le autorità hanno connotati negativi e il protagonista è costretto ad affrontare molte avversità; la sola soluzione a tale situazione negativa è l’amore, infatti le figure femminili sono più forti dei protagonisti uomini e costituiscono un’ancora di salvezza, ma in alcuni casi utilizzano il sesso come espediente per ingannare e sopraffare. Un’altra via di fuga contro le avversità è rifugiarsi nella letteratura, più precisamente nel rapporto tra autore e lettore, un modello quasi utopico di relazione interpersonale positiva sia per colui che scrive sia per colui che legge. Esistono tuttavia dei modelli di lettura negativi, infatti Calvino ritiene che non esistano opere di cui non si possa fare un cattivo uso.

Prima di tale romanzo Calvino si rivolgeva a lettori di narrativa qualificati, perciò il suo pubblico era ristretto; ora il numero dei destinatari cresce, l’autore scrive anche per lettori in grado di apprezzare il divertente gioco degli incipit e i riferimenti metaletterari. Lo stile è ironico, rapido e evoca le cadenze del parlato, è frequente il confronto con la realtà contemporanea, ma la riflessione sulla letteratura proposta da Calvino è complessa e articolata.